

Negli ultimi tempi, si è registrato un preoccupante aumento di atti vandalici e di incuria che colpiscono le strutture montane, come rifugi e bivacchi. Questi episodi, che vanno dai furti di beni essenziali alla distruzione degli arredi e all'abbandono di rifiuti, non solo comportano danni materiali, ma minano anche il senso di fiducia e di comunità che è alla base della fruizione della montagna. Sebbene non esistano dati precisi che quantifichino l'incremento di questi fenomeni, la loro frequenza sembra essere in costante crescita, sollevando interrogativi sulla cultura del rispetto in un ambiente sempre più accessibile e frequentato.
Questi atti non hanno una motivazione materiale evidente; sottrarre una coperta o danneggiare una finestra non porta alcun vantaggio tangibile, ma rivela un profondo disinteresse per il luogo, per coloro che si dedicano alla sua cura e per l'intera comunità che ne beneficia. I bivacchi, in particolare, rappresentano un esempio emblematico di fiducia, essendo luoghi senza sorveglianza gestiti da volontari che a proprie spese si occupano della manutenzione, confidando nel senso di responsabilità di chi ne usufruisce. Quando questa tacita intesa si infrange, a essere colpita non è solo la struttura fisica, ma l'idea stessa di montagna come spazio condiviso e basato sulla reciproca responsabilità, un principio fondamentale che rischia di andare perduto.
L'escalation degli atti di inciviltà nelle strutture alpine
Negli ultimi mesi, le cronache hanno documentato una serie di incidenti che hanno coinvolto rifugi, bivacchi e altre installazioni montane. Si è assistito al prelievo indebito di coperte e provviste dal rifugio Dante Livio Bianco, alla distruzione di assi per fare fuoco al rifugio Brazzà, all'abbandono di spazzatura presso il rifugio Coldai e al danneggiamento di una targa commemorativa sul San Sebastiano. Un episodio particolarmente emblematico ha riguardato la porta del bivacco Luigi Mambretti, lasciata aperta durante un temporale, causando la distruzione del libro di vetta. Questi eventi, pur essendo geograficamente distanti, delineano un quadro preoccupante di crescente disprezzo per le regole non scritte che governano la vita in montagna, evidenziando una tendenza alla distruzione e all'abbandono che va oltre il semplice danno materiale.
Nonostante l'assenza di statistiche ufficiali che possano confermare un aumento numerico degli atti di vandalismo in quota, la percezione generale è che tali episodi siano diventati sempre più comuni. Questi gesti, che includono la rottura di finestre, la distruzione di tavoli e l'accumulo di rifiuti, raramente offrono un beneficio diretto ai responsabili, suggerendo piuttosto una carenza di rispetto per l'ambiente e per gli sforzi di chi si impegna nella sua conservazione. I bivacchi, in particolare, incarnano un simbolo di fiducia reciproca, essendo luoghi privi di custodi dove la manutenzione e l'approvvigionamento dipendono interamente dall'impegno di volontari, che si affidano alla responsabilità altrui. La violazione di questo patto non scritto non danneggia solo gli spazi, ma erode il fondamento stesso dell'etica montana, basata sulla cura e sul rispetto condiviso.
La montagna tra crescente accessibilità e perdita di valori
La montagna, negli ultimi anni, ha conosciuto un'espansione della sua frequentazione, divenendo più accessibile a un pubblico eterogeneo. Questo fenomeno, pur essendo positivo per l'avvicinamento di nuove persone alla natura e la diffusione di una maggiore consapevolezza ambientale, presenta anche delle criticità. Luoghi un tempo frequentati quasi esclusivamente da esperti escursionisti e alpinisti sono ora mete popolari, spesso promosse attraverso i social media, che trasformano bivacchi e rifugi in destinazioni “instagrammabili”. La problematica sorge quando questa curiosità non è accompagnata da una piena comprensione e rispetto del contesto alpino e delle sue delicate dinamiche, portando a comportamenti irresponsabili che compromettono la sostenibilità dell'ambiente e delle sue strutture.
È fondamentale riconoscere che la maggior parte dei visitatori si comporta in modo esemplare; pertanto, sarebbe ingiusto attribuire la colpa indiscriminatamente ai nuovi arrivati. Tuttavia, è innegabile che la cultura della montagna, che una volta si tramandava naturalmente di generazione in generazione, non può essere semplicemente acquisita attraverso immagini accattivanti sui dispositivi mobili. Gli atti di inciviltà osservati in quota riflettono problematiche sociali più ampie, riscontrabili anche in contesti urbani. La differenza sostanziale è che in montagna ogni gesto ha un impatto amplificato: riparare un danno a 2000 metri di altitudine richiede uno sforzo logistico ed economico notevole, coinvolgendo volontari e associazioni come il CAI. Questi episodi rappresentano un campanello d'allarme, sottolineando l'importanza di ricostruire quel patto di fiducia e quei valori che permettono alle strutture alpine di esistere e prosperare, affinché una porta lasciata aperta in alta quota possa continuare a rappresentare un rifugio sicuro e non una vulnerabilità.
