

Mario Rigoni Stern emerge come una figura di spicco nella cultura italiana del Novecento, incarnando il ruolo di custode della memoria storica e precursore della consapevolezza ecologica. La sua esistenza e la sua prolifica produzione letteraria si intrecciano indissolubilmente con l'ambiente montano, un legame profondo che lo eleva al di là della mera etichetta di scrittore di montagna. Attraverso le sue opere, Rigoni Stern ha saputo esprimere con forza e urgenza un legame primordiale tra l'essere umano e la natura, spingendo il lettore a una riflessione più profonda sull'avventura e la libertà intrinseche alle vette, superando i confini della letteratura di genere.
Vita e Opere di un Autore Straordinario
Nato il primo novembre del 1921 nella pittoresca Asiago, sull'Altopiano dei Sette Comuni, Mario Rigoni Stern trascorre un'infanzia segnata da una modesta agiatezza familiare, dedita al commercio con le pianure. Nonostante le difficoltà economiche degli anni '30, la sua giovinezza è arricchita dalla meraviglia della natura circostante. Il suo percorso formativo si interrompe precocemente, ma l'amore per la lettura lo porta a immergersi nei grandi classici e nei romanzi d'avventura. A soli 17 anni, nel 1938, si arruola volontario negli Alpini, frequentando la scuola militare di alpinismo ad Aosta sotto la guida di illustri istruttori come Gigi Panei e Renato Chabod.
La Seconda Guerra Mondiale rappresenta un punto di svolta drammatico nella sua vita. Inviato prima sulle Alpi occidentali e poi in Albania, l'esperienza più sconvolgente avviene nel gennaio del 1942, sul fronte Russo. Qui, il sergente Rigoni si trova a dover guidare i suoi uomini, gli alpini del battaglione Vestone, fuori dalla sacca del Don in condizioni estreme. Questa tragica ritirata, che egli stesso definì il capolavoro della sua vita per essere riuscito a salvare i suoi uomini, scuote profondamente le sue convinzioni. Il ritorno in Italia e la consapevolezza della propaganda che celava la verità sulla disfatta, lo spingono a rifiutare l'adesione alla Repubblica di Salò, conducendolo a due anni di prigionia nei campi di concentramento tedeschi. Liberato nell'aprile del 1945, fa ritorno a casa il 5 maggio dello stesso anno, dopo aver attraversato le Alpi a piedi.
Nel dopoguerra, Mario Rigoni Stern si stabilisce nuovamente sull'Altopiano, lavorando presso l'ufficio imposte di Asiago fino al 1970. Nel 1946 sposa Anna Maria Rigoni Haus, dalla quale avrà tre figli. Su consiglio di un amico, le sue memorie della ritirata dal fronte russo, scritte durante la prigionia, vengono sottoposte a Elio Vittorini. Quest'ultimo ne rimane entusiasta, facilitando la pubblicazione nel 1953 del suo primo libro, "Il sergente nella neve", accolto con immediato successo di critica e pubblico. Nel 1962, la sua seconda opera, "Il bosco degli urogalli", una raccolta di racconti sulla montagna e la natura, curata da Italo Calvino, consolida la sua fama. In questo periodo, Rigoni Stern si afferma non solo come testimone della guerra della "gente comune", ma anche come voce premonitrice contro l'urbanizzazione dilagante, richiamando l'attenzione sul rapporto essenziale tra uomo e natura.
Gli anni successivi lo vedono impegnato non solo nella letteratura, con opere come "Quota Albania", "Ritorno sul Don" e "Storia di Tönle" (Premio Campiello), ma anche nella vita civile. Partecipa attivamente alla politica locale come assessore ad Asiago e si batte contro la lottizzazione edilizia dell'Altopiano. Anche in vecchiaia, la sua attività letteraria e l'impegno civile non diminuiscono, contribuendo alla stesura della "Carta di Asiago" nel 2004 e ricevendo importanti riconoscimenti, tra cui la nomina a Cavaliere di Gran Croce da parte del Presidente Ciampi nel 2003. Egli declinò, però, l'offerta di diventare senatore a vita, dichiarando di non voler abbandonare il suo paese e le sue montagne per un seggio in Parlamento. Malato, si spense nella sua casa sull'Altopiano il 16 giugno del 2008, dopo aver visitato per l'ultima volta i luoghi a lui più cari. La notizia della sua scomparsa fu diffusa solo dopo i funerali, secondo il suo desiderio.
L'eredità letteraria di Mario Rigoni Stern è vasta e comprende numerosi libri che spaziano dalla memoria bellica alla profonda connessione con la natura. Tra le sue opere più celebri si annoverano: "Il sergente nella neve" (1953), "Il bosco degli urogalli" (1962), "Quota Albania" (1971), "Ritorno sul Don" (1973), "Storia di Tönle" (1978), "Uomini, boschi e api" (1980), "L'anno della vittoria" (1985), "Amore di confine" (1986), "Il libro degli animali" (1990), "Arboreto salvatico" (1991), "Le stagioni di Giacomo" (1995), "Sentieri sotto la neve" (1998), "Inverni lontani" (1999), "Tra due guerre e altre storie" (2000), "L'ultima partita a carte" (2002), "Stagioni" (2006). Diverse sue opere sono state adattate per il cinema e il teatro, tra cui "I recuperanti" di Ermanno Olmi (1970) e "Ritratti: Mario Rigoni Stern" di Carlo Mazzacurati (1999).
Riflessioni sull'Uomo e il Suo Messaggio
La figura di Mario Rigoni Stern offre spunti di riflessione attuali e profondi. Il suo attaccamento alla montagna non era una semplice passione, ma una vera e propria filosofia di vita, permeata di rispetto per l'ambiente e di una profonda consapevolezza storica. La sua esperienza bellica, in particolare la ritirata dal Don, lo ha trasformato da soldato a testimone, da uomo di montagna a voce universale contro le assurdità della guerra e l'oblio. Attraverso la sua scrittura limpida e poetica, Rigoni Stern ci ha insegnato l'importanza della memoria, non solo come ricordo del passato, ma come strumento per comprendere il presente e plasmare un futuro più consapevole. Il suo impegno civile e la sua difesa del territorio montano, in un'epoca di crescente industrializzazione, lo rendono un profeta dell'ecologia, un uomo capace di vedere oltre il suo tempo. In un mondo sempre più frenetico e disconnesso dalla natura, il messaggio di Rigoni Stern risuona con particolare urgenza, invitandoci a riscoprire la bellezza e la necessità di un rapporto armonioso con l'ambiente, a custodire la memoria e a non perdere mai di vista i valori autentici della vita. Come lui stesso suggeriva, a volte un "blackout in una notte limpida" può essere l'occasione per riscoprire ciò che è veramente essenziale.
